Innovation Camp un successo a 360 gradi!

20 partecipanti, 5 giorni, 5 team, 5 business idea, 11 seminari, 1 ex base Nato e 1 giuria per un Innovation Camp che è giunto a conclusione lo scorso venerdì.
Una sola cosa non è facilmente a quantificabile, la qualità e la quantità dei contenuti a cui siamo stati esposti, a cui, se dovessi assegnare un voto tra 1 a 10 direi che senza dubbio tenderebbe ad un valore di diversi ordini di grandezza maggiori del massimo valore della scala citata. Il lavoro in team, il confronto con gli altri partecipanti di formazioni universitarie differenti, i seminari tenuti da professori, imprenditori e manager, sono state esperienze fantastiche e credo di aver imparato e messo in pratica più nozioni in questi cinque giorni che in un intero semestre universitario! (che non me ne voglia il Prof. Paolo Merialdo
)
Tutto è stato perfettamente orchestrato da Augusto Coppola, uno degli ideatori e fondatori del progetto, che ha curato ogni minimo dettaglio del programma, aiutato dai professori Paolo Merialdo e Carlo Alberto Pratesi.
Se in un precedente post vi ho raccontato quello che sarebbe dovuto essere Innovation Camp, adesso vi dico cosa è effettivamente stato.
Dopo l’ arrivo alla ex base Nato siamo stati accolti da un briefing introduttivo ai cinque giorni con il programma dettagliato degli impegni e dei seminari ma sopratutto in cui si è sottolineata la mission e la vision del progetto. Innovation Camp vede in un futuro non lontano un mondo fluido, ad alta efficienza produttiva e rapida riallocazione di risorse, e intende favorire la formazione di studenti capaci di comprendere le potenzialità e i limiti del proprio bagaglio culturale e professionale e in grado di valutare criticamente le potenzialità del loro impiego.
L’agenda era decisamente piena, 4 giorni di seminari e lavori di gruppo, dovevamo creare 5 team di 4 persone cercando di mantenere la massima eterogeneità possibile e lavorare ad una business idea da presentare ad una giuria composta da Venture capital analyst, funzionari della provincia di roma, responsabili di incubatori ITech ed altri. Abbiamo passato la giornata a studiare come costituire un team di lavoro vincente ed efficace con particolare attenzione al tema della fiducia. Si è visto come partendo da un obbiettivo condiviso, fondamentale affinchè un team abbia motivo di esistere, la condivisione delle conoscenze e l’interazione tra i componenti del gruppo fossero di cruciale importanza per il perseguimento di questo obbiettivo. Questo con dei giochi didattici svolti all’aperto sotto gli sguardi interdetti di molti abitanti di Allumiere. Prima della fine della giornata siamo stati invitati ad effettuare delle presentazioni personali e ad esporre nel caso in cui l’avessimo avuta, una nostra business idea, in modo da dare agli altri partecipanti la possibiltà di valutare l’eventuale collaborazione sul progetto.
La giornata si è conclusa con un intervento illuminante sul Social Business da parte di Eugenio La Mesa che ci ha raccontato la sua storia, il suo incontro con Yunus Muhammad (premi Nobel per la Pace), e cosa sia un Social Business e di quanto sia distante, e a mio avviso più efficente ed efficace, di una normale fondazione di beneficienza o onlus.
Già al termine di Lunedì i team erano stati composti facendo attenzione a garantire l’interdisciplinarietà dei percorsi formativi dei componenti, punto cardine di Innovation Camp in cui si crede che innovazione e creatività siano favorite dall’incontro di persone che hanno bagagli culturali e umani diversi. Nel mio in particolare mi sono ritrovato a lavorare con due economisti (Andrea Moroni e Marta d’Orazio) ed un archeologa (Veronica Giuliani), che si sono uniti ed hanno deciso di lavorare alla mia idea, QuickJobs, una applicazione per dispositivi mobili che permetta a chi la usa di ingaggiare altri utenti per svolgere compiti di bassa complessità.
Il secondo giorno è iniziato con il seminario di Augusto Coppola sui fondamenti di un Business Plan di successo, di come vada impostata la presentazione di un progetto o un idea per convincere di una effettiva opportunità di mercato Venture Capitale ed altri investitori privati. Si è chiarito quanto sia di fondamentale importanza il team e la chiara definizione dei ruoli che ogni membro deve avere all’interno di esso, cito quanto detto letteralmente durante la lezione: “L’amicizia fondata sul business è meglio del business fondato sull’amicizia”
La lezione è proseguita parlando del grande contributo che possano dare Advisor e Influencers quando vogliamo avviare la nostra Startup cercando di capire esattamente cosa ci aspettiamo da questi, per poi continuare su quali sono le strutture del mercato, sulle informazioni di base del Marketing, sull’importanza dell’analisi dei propri competitor e su come comprendere i propri investitori parlando di Venture Capital, Business Angel, investitori pubblici, privati ed industriali.
E’ stato poi il turno di Stefano Passatordi, fondatore di Ibrii, un ragazzo che già conoscevo personalmente e che aveva una bellissima storia da raccontare, ovvero tutto ciò che ha fatto e la strada percorsa per arrivare ad oggi ad avere una sua startup con il valore di 1.3M di Euro, vi consiglio vivamente il suo blog in cui racconta i vari step che si sono susseguiti nella sua splendida avventura. La cosa principale che Stefano teneva particolarmente a sottolineare è stata la passione, elemento di vitale importanza per poter portare avanti la propria Startup. La giornata è continuata con gli interventi di Lino Picheo imprenditore ed investitore che è venuto a parlarci di cleanTech un settore che al momento attrae la maggior parte dei fondi di Venture Capital che ci sono nel mondo e del Prof. Alberto Mattiacci dell’Università la Sapienza che ha tenuto una lezione sul come individuare nicchie di mercato profittevoli.
Mentre anche la seconda giornata correva via, nei pochi momenti liberi i team cominciavano a lavorare alle proprie business idea, cercando di capire se c’erano delle possibilità sul mercato per l’idea in questione e iniziando a preparare i vari aspetti della presentazione, mercoledì già ci aspettava la prima Peer Review, il momento in cui si provano le presentazioni e si riceve pubblicamente tutti i feedback degli altri presenti nella stanza senza diritto di replica. Mi sono ritrovato a organizzare e portare avanti il lavoro del mio team che mi aveva nominato leader del progetto e non è stato affatto facile capire subito come poter collaborare e come poter coordinare i compiti ed i ruoli dei vari membri. Per aumentare un altro po’ il coefficiente di difficoltà del progetto ci ha pensato anche Telecom Italia che ci ha lasciato fino a mercoledì senza la possibilità di accedere ad internet, costringendoci la sera dopo cena a scendere con i computer nel centro di Allumiere per usufruire dell’ottimo servizio gratuito Provincia Wi-Fi che conta numerosi hotspot su tutto il territorio della Provincia di Roma.
Tant’è infatti che Mercoledì quando siamo arrivati alla nostra prima Peer Review il risultato è stato un disastro totale, slides appena abbozzate e pitch che era a dir poco inguardabile, con conseguente lapidazione pubblica!
Vi posso però garantire personalmente (visto che ero sul “patibolo”) che la sensazione è stata tanto brutta quanto formativa. Fortemente motivato (Augusto è stato bravissimo con tutti noi anche in questo) e deciso a fare molto meglio ho lavorato no-stop a presentazione e pitch fino a notte fonda e dopo solo 24 ore ci siamo ripresentati alla Peer Review del giorno con una preparazione neanche lontanamente paragonabile a quella del giorno prima. Tutti i team hanno mostrato dei progressi incredibili in un solo giorno, le osservazioni di Augusto, una persona che di pitch ne ha fatti molti (e bene) e visti ancora di più, sono estremamente ben mirate e allo stesso tempo fanno capire esattamente cosa c’è bisogno di cambiare.
I giorni sono volati via accompagnati da altri seminari uno più interessante dell’altro, si sono susseguiti in ordine cronologico quello di Carlo Alberto Pratesi sul Marketing innovativo, quello di Paolo Merialdo sui trend e modelli di business nel Cloud Computing, quello di Gianmarco Carnovale sull’Over The Top TV e quello di Clara Tosi Pamphili su trend emergenti nel fashion.
Senza neanche accorgercene ci siamo ritrovati a Venerdì mattina pronti a ricevere gli ospiti della giuria e ad effettuare le nostre presentazioni finali, i team hanno presentato tutti dei lavori estremamente interessanti e ben curati, i pitch zoppicanti e le presentazioni grezze di neanche 48 ore prima erano un ricordo che sembrava lontano anni. I progetti erano i seguenti:
- ClimatEstates: un sistema orientato alla previsione a lungo termine delle condizioni climatiche di qualsiasi zona geografica per costruire residenze di vacanza di lusso con la certezza che il clima non subirà significativi cambiamenti nei 50 anni a seguire.
- Youtique: un portale che permette l’incontro tra tutti i giovani che escono ogni anno dalle accademie di moda in italia e chi vuole acquistare abiti e accessori artigianali unici nel loro genere
- Rolemaker: un sistema che permette una più facile gestione degli accessi alle risorse informatiche di un azienda
- Iteras: un applicazione mobile che consente di vivere le città con percorsi turistici originali e che siano in linea con il profilo degli utenti che la utilizzano
- QuickJobs: la nostra applicazione che permette di delegare altri utenti, di compiere semplici operazioni per conto nostro, che altrimenti richiederebbero la nostra presenza fisica in un determinato luogo con conseguente spreco di tempo, l’applicazione permette “di beneficiare dell’ubiquità a basso costo” (cit. Giulia Lucarelli)
L’esperienza è stata fantastica e si è conclusa nel migliore dei modi, io e il mio team insieme a quello di ClimatEstates abbiamo vinto il diritto a partecipare allo Startup Master organizzato da dPixel ! L’iniziativa è stata un successo, tutti i partecipanti sono rimasti entusiasti dei cinque giorni di lavoro di gruppo, inutile dire che consiglio a tutti di tenersi liberi per l’Innovation Camp 2011.
Lazio-Side al PMICamp
Filas, la società regionale dedicata al sostegno dell’innovazione e l’Ateneo romano Luiss Guido Carli saranno presenti a Siena al PMIcamp venerdì 11 giugno, ore 10-17, presso l’Università in Via Roma, 56, Complesso di San Niccolò.
Dopo il MediaCamp di Perugia e in attesa del SideCamp che si terrà il prossimo 9 Luglio 2010 a Roma (a breve tutti i dettagli dell’evento su www.lazio-side.it), il portale Lazio-Side verrà presentato come case history di successo all’interno della cornice del PMIcamp: nuovi mercati, nuovi media.
Il PMIcamp sarà un momento di confronto aperto a dibattiti su temi di interesse per le piccole e medie imprese: si discuterà delle opportunità di business create dai social media, delle strategie di marketing e di come questi strumenti favoriscono nuove modalità di interazione con i clienti.
L’esperienza “Lazio-Side: il Business Social Network per la competitività delle PMI” sarà illustrata dalla Dott.ssa Rita Minelli (business consultant di Filas) e dalla Prof.ssa Lucia Marchegiani (docente di “Economia e gestione delle imprese internazionali” della Luiss Guido Carli).
Al link dell’evento www.pmicamp.it potete trovare le informazioni relative agli speakers che interverranno e ai temi proposti.
Last train home
Si considerino le seguenti condizioni:
- farlo al massimo una volta al mese,
- non avere un maniaco telefonico compulsivo che parla della gotta di zia Innocentina per 47 (quarantasette) minuti primi consecutivi al proprio fianco,
- avere una temperatura compatibile con il proprio abbigliamento,
- avere lo shuffle che inanella una serie considerevole di canzone appropriate,
be’ se tutte queste condizioni sono rispettate, che bello è viaggiare in treno!?!
Prendi un giornale, lo leggi dall’inizio alla fine senza fretta avanti e indietro, collegando e scollegando. Stamattina ce n’erano di cose collegare.
In particolare due aspetti interessanti: la crescita dell’e-commerce in Italia – dopo il -2% del 2009 infatti si registra un +15% del 2010 in termini di fatturato – e uno studio che analizzava gli aspetti socio economici del predominio femminile nella decisione di più della metà degli acquisti quotidiani – fenomeno conosciuto nel mondo con il nome di ‘womenomics’ e che è in forte crescita nei comportamenti dei consumatori anche qui da noi.
Relativamente al commercio elettronico, anche se non teniamo testa agli altri paesi europei più informatizzati, i dati riportano il turismo come settore in maggiore espansione (+19% rispetto all’anno precedente, che rappresenta il 52% di tutto il mercato elettronico… tempi duri per le agenzie di viaggio) seguito da abbigliamento (+45%!! ecco dov’è il famoso made in italy che va tanto a Miami), assicurazioni (+21%, santo registro italiano veicoli storici) e informatica (+11% che personalmente mi aspettavo con una percentuale di molto superiore), insomma, riporta La Repubblica, un numero di ordini giornaliero pari a 65.000 checkout.
Per quanto riguarda il predominio femminile quando si tratta di decidere i consumi, i nuovo settori maggiormente assoggettati (!) sono: automobili, tecnologia e arredamento. Quindi la novità è che le donne decidono gli acquisti dei beni durevoli pur mantenendo il monopolio su quello storicamente e, soprattutto nei paesi latini, culturalmente più associati al ruolo femminile ossia i beni di consumo quotidiano.
Particolarmente interessanti sono le considerazioni relative alla sensibilità femminile verso la praticità dei prodotti, il rapporto qualità/prezzo, la fruibilità, senza però rispondere a grossolani ammiccamenti nei confronti di stereotipi femminili, come, ad esempio, il flop del laptop rosa di un noto costruttore di HardWare.
In sostanza stiamo dicendo che l’e-commerce ricomincia a correre e che il ruolo femminile nelle decisioni degli acquisti assume sempre più rilevanza.
A questo punto è essenziale pensare a nuovi paradigmi nella costruzioni di esperienze online che tengano presente questo fenomeno; considerare tutte le opportunità e i rischi di una audience tutta da segmentare e profilare.
Viene richiesta quindi una fase in cui si devono rimettere in discussione le esperienze utente utilizzate fino ad oggi nella costruzione dei processi che già si portavano dentro lo sforzo di non lasciare mano libera ai “tecnici” a discapito di soluzioni elegantissime, ma del tutto incomprensibili ai più.
Verrà richiesto, concludendo, ad un mondo incomprensibilmente ad appannaggio del sesso maschile di coinvolgere le donne e sottoporsi alle loro critiche sin dalle fase della progettazione di un prodotto in rete… come se di critiche non ne ricevessimo a sufficienza.
Giuro che la prossima volta leggo solo l’oroscopo o prendo l’aereo.
Richard Stallman: da dove passa la libertà
Ho sempre stimato il genio di Richard Stallman, e trovo interessante l’angolazione etica da cui guarda il cyberspazio e il mondo del software.
Fin da quando ho avuto modo di ascoltarlo di persona durante l’incontro Liberi e Binari, fin da quando leggevo i suoi libri, rifletto e mi chiedo che ruolo abbia il concetto di libertà in questo cybermondo in cambiamento.
In questa intervista a Wired Stallman dice più di qualcosa sulla libertà.
numero uno, la libertà di studiare il funzionamento del programma, e di cambiarlo a piacimento.
Ovviamente il presupposto di questa libertà è avere accesso al codice sorgente.
numero due, la libertà di ridistribuire copie di qualunque software a chi ti pare.
numero tre, la libertà di distribuire copie del tuo software modificato a chi ti pare.
Il tutto in una visione altruistica, cioè per aiutare chi ti sta intorno.
Facile, a questo punto, essere additati come “comunisti del software”.
Ma Stallman sfata immediatamente questa supposizione, e prende in prestito proprio dalla guerra fredda ricordi e metafore:
la libera circolazione delle idee, la società aperta, la cooperazione scientifica, il diritto di critica,
tutto questo avrebbe permesso al nostro paese di vincere la sfida con l’Unione Sovietica.
Ora qualcuno vuole riscrivere la storia.
Mi dispiace, ma qui l’ultimo dei sovietici è proprio Bill Gates, che ha costruito il suo impero sulla pelle delle libertà civili.
Il software proprietario è figlio di un sistema coloniale, si basa sul divide et impera, lascia gli utenti soli, divisi e indifesi, senza informazioni fondamentali.
Il cyberspazio dovrebbe essere uno spazio di libertà.
Spero che tutti scappino dall’impero del software proprietario e ci raggiungano nel mondo libero.
E ogni riferimento alla Guerra fredda è assolutamente volontario.
Io è un bel pezzo che sguazzo nel mondo libero, ma devo ammettere che qualche gustosa incursione proprietaria me la concedo spesso e con piacere.
Rigorosamente Apple ovviamente.
Internet degli oggetti
di Azzurra
Sono sicura che se dico le parole Michael Knight e KITT in sequenza, pochi di voi non ricordano un telefilm storico degli anni ‘80… già, proprio lui: Supercar! E se ho sognato io stessa di parlare con la macchina di papà (beh.. io chiacchieravo anche con la lavatrice… ma questa è un’altra storia), posso solo immaginare chi, geek sin dall’infanzia, ha immaginato incredibili avventure adrenaliniche con complice un’automobile dall’intelligenza artificiale.
Ma.. che c’entra con l’internet degli oggetti?? Se l’associazione è sicuramente soggettiva, un filo comune è comunque riscontrabile nella lista delle interazioni che la Comunità europea elenca a tale proposito:
- da oggetto a oggetto;
- da macchina a macchina (M2M)
- da oggetto a persona – appunto… KITT e Michael
Anni ‘80 a parte, le potenzialità che questa area di innovazione offre sono infinite: dalla possibilità di elettrodomestici che interagiscono autonomamente con oggetti – per esempio il forno a microonde che riconosce i tempi di cottura di un cibo attraverso l’ rfid della confezione – alla comunicazione di un oggetto con l’altro attraverso la rete. Appunto, internet degli oggetti. Come dire: prima si trattava di far interagire le persone attraverso le macchine, adesso l’obiettivo è mettere in relazione direttamente quest’ultime – con un contributo minimo dell’essere umano.
E qui vi voglio: come schierarsi? Perchè se alcuni aspetti di questa evoluzione rappresentano un valore aggiunto senza compromessi – basta pensare all’uso intelligente delle fonti di energia o alla raccolta differenziata gestita in modo automatizzato -, altri generano quantomeno dubbi e problematiche a largo spettro – dal rispetto della privacy alla sostenibilità economica, alla prevaricazione della macchina sull’uomo (.. a voi non viene in mente Terminator!?!)
Come sempre, opinioni di qualsiasi sorta.. sono ben accette!!!! E stavolta aggiungerei una domanda: quale sarebbe il primo oggetto/macchina con cui vi piacerebbe parlare, o che vorreste veder comunicare con un altro??
Geek flowerpower
di Azzurra
Prima dell’intervento di Roberto Bonzio all’evento Side leaders di Roma, ammetto che non avrei mai pensato di associare hippie e tecnologia. Sia dipeso dal rassicurante processo di organizzare il mondo in categorie rigorosamente distinte, o dal ricordo ancora vivido di un’infanzia in cui tra il Commodore 64 e il giardino sotto casa (prezioso surrogato della natura in città) era guerra aperta, ho sempre considerato il computer e i fiori di Woodstock agli antipodi. Invece scopro che non solo i due insiemi non sono lontani, ma che uno è alle radici dello sviluppo dell’altro.
In Hippie.com, Enrico Beltramini – imprenditore della Silicon Valley e professore prima alla Cattolica di Milano e poi alla Notre Dame de Namur University – spiega infatti come la new economy sorga dai principi della controcultura anni ’60 e come da questa abbia ereditato la sensibilità artistica, la dimensione sociale delle scelte private, il concetto di condivisione (strana coincidenza che il movimento hippie sia nato in California, vero?)
Ma senza andare troppo lontano, basta osservare quello che succede qui in rete per cogliere la continuità: nelle numerose iniziative che costellano il web e che ogni giorno lo arricchiscono di contenuti ed entusiasmo – spesso senz’ altro guadagno che la soddisfazione di aggregare persone altrimenti lontane; nella consapevolezza di essere parte di un unico insieme legato ed interdipendente; nella volontà di rafforzare una rete di connessioni cercando il minimo comun denominatore; nella visione di una diversità che è arricchimento, che è valore aggiunto: il ritorno all’ immaginario collettivo anni ’70 è evidente.
Concetti come open source o creative commons non nascono forse dalla volontà di condividere strumenti, informazioni, mezzi per esprimersi e comunicare? Senza contare la candidatura di Internet per la pace: un altro segno di una prossimità che si fa intreccio.
Quindi, perchè no… fiori e geek non sono poi così lontani: e come qualcuno ha già immaginato, tu pensa a twittare da Woodstock…
Easter egg
di cristiano
Mancano pochi giorni e l’america potrà maneggiarlo: con tutta la nostra invidia. Dopo mesi di rumors e speculazioni (giuro che al prossimo evento del genere li raccolgo tutti, ci apro un blog e apro un baretto sulla spiaggia) finalmente si potrà capire a cosa serve.
Ok, non ci sono le porte USB (sarà geniale quell’uomo, ma a volte lo “stay foolish” prevale), non supporta flash, non sai come maneggiarlo, etc etc… Aggiungo: al di là dei nuovi modelli di business legati all’editoria (e che sono editore io?), al di là di nuove fantastiche opportunità per gli sviluppatori (vedi sopra), per tutti quelli che non ci vedono una fonte di guadagno, ma anzi di fatto una nuovissima, imperdibile fonte di spesa metallizzata, ebbene per tutti loro (noi, me), a cosa serve?
Spero almeno che possa servire ad evitarmi una scoliosi in tarda età; ad oggi infatti i nostri inseparabili macbook non splendono certo per leggerezza (ovviamente discorso a se stante si dovrebbe fare per l’air, ma non posseggo i requisiti di entrata) e trascinarli in giro sulle spalle, alla lunga, ci fa perdere il premio “uomo vitruviano dell’anno”.
Tuttavia per poter sostituire i portatili con l’iPad (700gr), quest’ultimo dovrebbe garantire un paio di funzionalità che risulta impensabile poterne fare a meno per un uso “in movimento” (“mobile” lo si usa anche per le stampanti ormai).
Rispetto ad un “grosso iPhone” quindi, personalmente non potrei fare a meno di un minimo di multitasking. Negli ultimi giorni mi sono soffermato ad analizzare quante e quali applicazioni utilizzo normalmente durante il giorno e quali interazioni ci siano fra esse.
Considerate quindi:
- client di posta elettronica
- browser (con una dozzina di tab navigabili… almeno!)
- file manager
- elaboratore di testi… anche plain text
- uno o più sistemi di IM (mi voglio rovinare: solo in modalità chat senza la possibiltà di utilizzare il Voip)
- agenda/organizer (ical, outlook, etc etc)
e per quanto riguarda le interazione fra di esse non sono altro che una quantità smisurata di copia incolla di varia natura (testi, link, file, foto).
Insomma mancano pochi giorni per sapere se siamo condannati a passare anni sotto le mani di uno osteopata o se saremo liberi di girare con uno strumento leggero senza rovinare il saldo del conto corrente e che effettivamente possa essere di supporto alle attività base di lavoro.
Siete confidenti o siete tutti editori?
Pace e… rete?
Non so voi, ma io non capisco da che parte sto.. mi arrivano inviti a perorare la causa da persone di cui ammiro il lavoro e con cui condivido diverse opinioni, leggo articoli su riviste di spicco in cui internauti di un certo spessore supportano al 100% la causa… eppure, non riesco a schierarmi. Ma voi votereste Internet per il Nobel alla pace?
Un recente articolo, incluso nella sezione scientifica From the fields di Wired, sostiene la candidatura della rete in quanto promotrice efficace di un altruismo ad espansione epidemica: come spiega Jamil Zaiki, internet è un amplificatore dei comportamenti umani e, in quanto tale, un potentissimo mezzo attraverso il quale diffondere e favorire ogni possibile iniziativa solidale. Lo Tsunami del 2004 ed il terremoto di Haiti ne sono un’indubbia conferma: milioni di persone hanno contribuito – non solo economicamente ma anche attraverso post, twit, blog – alla raccolta di fondi e di aiuti umanitari consistenti. Uno splendido esempio di solidarietà insomma.
Ma di nuovo.. qualcosa non mi sembra tornare: non è la rete una candidata un pò troppo generica? Dando una rapida occhiata ai premi Nobel degli ultimi 10 anni (santa Wikipedia), le motivazioni addotte circoscrivono un raggio d’azione ben definito: che si tratti di un singolo o di un’associazione. Hanno vinto persone che hanno combattuto (e continuano a combattere) battaglie contro il cambiamento climatico, contro la repressione nel proprio Paese, contro il genocidio indiretto delle nazioni in via di sviluppo da parte della fetta del mondo più ricca. Uomini che con azioni specifiche hanno determinato cambiamenti significativi.
D’altra parte, la rivoluzione che Internet ha causato nell’ambito dell’informazione, della sensibilizzazione e della diffusione di cause anche lontane dal proprio orizzonte è oggettiva. E se a qualcuno viene da obiettare che la rete è il mezzo e non il fine, Zaiki risponde citando Marshall McLuhan: “the medium is the message“.
E voi che ne pensate? Scriveteci liberamente (tanto mica ci legge Riccardo Luna
: vediamo se ne esce un dibattito interessante.. e se qualcuno mi convince!!!
I nuovi giornalisti 2.0
di Azzurra
Con l’avvicinarsi dell’International Journalism Festival, la curiosità sul concetto di “giornalismo partecipativo” si colora di definizioni e sfumature differenti. Se l’idea di una nuova forma di informazione – basata sulla molteplicità di voci e punti di vista fruibile in modo simultaneo ed aperto a tutti – sembra essere un principio ormai condiviso nel mondo 2.0, le conseguenze di questo approccio continuano a rappresentare uno spazio di scoperta senz’altro affascinante.
Le variabili da tenere in considerazione sono molteplici: grado di coinvolgimento, tematiche affrontate, media e strumenti utilizzati. Qualunque sia il punto di partenza, è innegabile la rivoluzione in atto in termini di ruoli e modalità interattive. Insomma, eravamo abituati ad un giornalista e a centinaia di lettori: una voce, innumerevoli orecchie ad ascoltarla. Non solo pochi eletti avevano il potere di informare, ma ancor meno erano le persone che si sentivano in grado di mettere in discussione le parole di chi “ne sapeva di più”. Indubbiamente l’esistenza di diversi canali divulgativi forzava a chiedersi come mai una stessa notizia potesse assumere toni tanto distanti: ma restava intatto il principio di una comunicazione unilaterale, passiva e raramente soggetta a critiche che potessero usare gli strumenti e la forza mediatica di chi aveva un microfono o un giornale su cui scrivere.
Oggi, la prepotenza democratica della rete ha intaccato radicalmente lo status quo del giornalista: se pubblichi sul web e hai il coraggio e la voglia di offrire uno spazio dove chiunque possa commentare le tue parole, sei consapevole di poter essere smentito in qualsiasi momento.
Non solo: una tale apertura dei canali e dello scambio di informazioni ha scardinato il concetto stesso di lettore. Ognuno di noi è divenuto un potenziale reporter, una voce in più che descrive la propria realtà attraverso un commento o un articolo su un blog. I ruoli di giornalista e lettore si sono fusi per dare vita ad un ibrido che si è responsabilizzato, che ha assunto importanza e dignità di parola. E che è inevitabilmente più presente e più critico: perché se permetti di interagire o se anzi favorisci lo scambio, chi prima si limitava ad ascoltare con l’attenzione passiva e scostante di una comunicazione unilaterale sarà ora un interlocutore reattivo perché direttamente chiamato in causa.
Allora, credo sarebbe estremamente interessante provare a chiedervi di diventare i nostri reporter geek per un giorno (o per tutto il tempo che volete!): scrivete di un evento a cui avete partecipato, utilizzate uno spazio che siamo entusiasti di mettervi a disposizione. Si tratti di un commento o di un vero e proprio articolo (inviateci una mail nella sezione segnalazioni), sarà un piacere pubblicarvi.
Speed-daters: i geek si mettono in gioco
E’ il primo articolo che scrivo su un evento organizzato anche da Geekagenda: per evitare quanto più possibile di cadere nell’ autoreferenzialità, ho deciso di concentrarmi esclusivamente sui partecipanti. Perchè di materiale estremamente interessante ne hanno prodotto, e in quantità notevole.
Non mi riferisco a slides, presentazioni o documenti di qualsiasi genere che siamo abituati a considerare a valle di workshop, barcamp o conferenze: l’ unico strumento a disposizione di chi è venuto all’Upstart drink martedì scorso sono state le parole, e i biglietti da visita scambiati tra un cambio tavolo e l’altro. Gli speed-dater non hanno avuto un palco né un microfono per presentarsi, tantomeno una gara durante la quale creare dei gruppi per raggiungere l’obiettivo: eppure hanno raccolto una sfida altrettanto impegnativa. Quella di farsi conoscere. In 3 minuti.
C’è chi ha colto un’analogia tra la durata dello Speed-date ed i round del pugilato, e forse è possibile riscontrarne altre tra i due fattori: elaborare una strategia per sfruttare al meglio il tempo a disposizione, percepire di essere messo al “tappeto” in qualche incontro, pensare che l’esperienza di “geekboxer” sia rivendibile altrove e in circostanze differenti.
Qualunque sia il proprio approccio, non vi nascondo che vedere tante persone pronte a mettersi in gioco con positività ed entusiasmo è stato senz’altro il risultato più importante. E più emozionante. Così come ritrovare quella stessa volontà in chi, rinunciando al “girone infernale” dello speed-date, ha creato una fitta rete di relazioni al suo esterno.
Adesso è tempo di feedback, di proposte di miglioramento e di nuovi stimoli per il prossimo evento: fino ad allora, un grazie immenso a tutti voi.




