Fail

di Azzurra Vulpiani

Ogni volta che penso all’Ara Pacis, mi viene in mente la polemica con cui la ristrutturazione di Meier , così moderna e contrastante con ciò che racchiude, è stata accolta nell’Aprile 2006: un’immensa teca di cristallo e marmo in pieno centro storico. In molti non hanno apprezzato. Ma ieri, partecipando all’evento Sideleaders, ho colto la bellezza del futuro che incontra il passato, che si costruisce a partire da esso senza per questo divenirne imitazione o inibendo le sue spinte più reazionarie. E ho forse capito qualcosa in più sulla dicotomia realizzata da Meier.

Nel corso dell’ incontro si è parlato di avventure imprenditoriali, di innovazione e di tecnologia, con uno sguardo agli italiani di ieri – grazie alla proiezione di uno splendido video presentato da Roberto Bonzio– e una forte spinta propositiva per gli italiani di oggi e di domani.

Gli argomenti su cui scrivere sarebbero innumerevoli: a partire dall’associazione hippie-tecnologia – mettendo ancora una volta in relazione passato e presente,passando per l’intervento di Fabrizio Capobianco - ceo di Funambol che ha evidenziato le differenze di approccio, prima ancora che di capitali, tra California ed Italia, ed il contributo del ministro Meloni – che ha messo in evidenza come la nostra penisola non manchi affatto di storie di successo.

Ma sento di approfondire un tema che ho trovato particolarmente interessante: quello del fallimento. Un concetto negativo, terrificante, evitabile quanto più possibile: sfido chiunque ad associare istintivamente un’idea positiva a questa parola. Eppure c’è, ed è fortissima. Risiede nella cultura dell’errore, nell’accettazione delle sconfitte come metro attraverso il quale non solo misurarsi e migliorare, ma anche testimoniare la propria validità.

Capobianco ha infatti raccontato come negli Stati Uniti un curriculum privo di fallimenti non sia affatto un valore aggiunto: lì si comincia presto, a rischiare e a sbagliare. Quindi, chi non è mai caduto -fallen appunto- desta sospetto più che stima.  In Italia invece, se fallisci hai chiuso: non solo con la fiducia di chi dovrebbe credere nuovamente in uno che ha evidentemente perso, ma anche con l’opinione generalmente condivisa che, in fondo, sprecata una possibilità non ne meriti altre. Perché agli italiani piacciono i vincenti, nell’aspetto e nella vita, quelli che non hanno mai sbagliato se non nell’etica comunque relativa di un popolo che sa dimenticare, quando vuole.  E sarebbe uno scenario assolutamente sconfortante se non fosse che gli italiani di questa generazione sono diversi: come ha testimoniato l’inviato di MTV Italia, sono disposti più dei loro coetanei nei decedenni precedenti a mettersi in discussione, forse perché abituati più degli altri all’incertezza e alla precarietà.  Falliscono continuamente: perdendo il lavoro, non potendo comprare una casa, non riuscendo a garantirsi un futuro che spetterebbe loro di diritto. Nel modo peggiore, hanno imparato che fallire  è parte integrante ed inevitabile di un percorso che sono necessariamente forzati a rivedere di continuo. E sono quelli che lasciano sperare in uno scenario migliore.

Perciò, con la paura e l’eccitazione che l’incertezza determina, il messaggio è che non solo si può, ma si deve fallire. Non fosse altro per capire chi si è e cosa si vuole.

“Il fallimento ha significato liberarmi dell’inessenziale. Ho smesso di pretendere di essere altro da ciò che ero, e ho cominciato a veicolare tutte le mie energie nel completare l’unico lavoro che aveva davvero un significato per me. […]E’ impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno che non si viva  così cautamente che è come non vivere affatto – e quindi fallire per definizione.”

JK Rowling – Commencement address, Harvard 2008

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12 Responses to “Fail” Subscribe

  1. manuela 22 febbraio 2010 at 15:03 #

    Era ora!!! A questo punto meno male che ci sono “incertezza e precarietà”. Ben venga la forzatura di rivedere il proprio percorso continuamente. Speriamo di riuscire ad accumulare il maggior numero possibile di fallimenti.
    Magari tutto ciò ci aiuterà a fare un significativo passo in avanti dal punto di vista culturale. Ogni fallimento subito o, meglio ancora, ricercato dovrebbe essere “un punto e a capo” a vantaggio della crescita personale / professionale e del dinamismo.
    Non voglio essere negativa, anzi ….. ben vengano articoli come questo!!!
    Ma …..sicuri di avere il coraggio oggi di guardare ad altro (nuove opportunità / attitudini) dopo un fallimento?
    E, anche avendo il coraggio, sicuri di avere la possibilità qui in Italia di far cambiare direzione al proprio curriculum dopo uno stop (a meno di poche eccellenze)?
    Parla una rappresentante dei “decenni precedenti” che vorrebbe tanto tornare indietro e tentare “percorsi diversi”.

  2. manuela 22 febbraio 2010 at 15:03 #

    Era ora!!! A questo punto meno male che ci sono “incertezza e precarietà”. Ben venga la forzatura di rivedere il proprio percorso continuamente. Speriamo di riuscire ad accumulare il maggior numero possibile di fallimenti.
    Magari tutto ciò ci aiuterà a fare un significativo passo in avanti dal punto di vista culturale. Ogni fallimento subito o, meglio ancora, ricercato dovrebbe essere “un punto e a capo” a vantaggio della crescita personale / professionale e del dinamismo.
    Non voglio essere negativa, anzi ….. ben vengano articoli come questo!!!
    Ma …..sicuri di avere il coraggio oggi di guardare ad altro (nuove opportunità / attitudini) dopo un fallimento?
    E, anche avendo il coraggio, sicuri di avere la possibilità qui in Italia di far cambiare direzione al proprio curriculum dopo uno stop (a meno di poche eccellenze)?
    Parla una rappresentante dei “decenni precedenti” che vorrebbe tanto tornare indietro e tentare “percorsi diversi”.

  3. manuela 22 febbraio 2010 at 15:03 #

    Era ora!!! A questo punto meno male che ci sono “incertezza e precarietà”. Ben venga la forzatura di rivedere il proprio percorso continuamente. Speriamo di riuscire ad accumulare il maggior numero possibile di fallimenti.
    Magari tutto ciò ci aiuterà a fare un significativo passo in avanti dal punto di vista culturale. Ogni fallimento subito o, meglio ancora, ricercato dovrebbe essere “un punto e a capo” a vantaggio della crescita personale / professionale e del dinamismo.
    Non voglio essere negativa, anzi ….. ben vengano articoli come questo!!!
    Ma …..sicuri di avere il coraggio oggi di guardare ad altro (nuove opportunità / attitudini) dopo un fallimento?
    E, anche avendo il coraggio, sicuri di avere la possibilità qui in Italia di far cambiare direzione al proprio curriculum dopo uno stop (a meno di poche eccellenze)?
    Parla una rappresentante dei “decenni precedenti” che vorrebbe tanto tornare indietro e tentare “percorsi diversi”.

  4. Francesco 22 febbraio 2010 at 17:04 #

    Il fallimento è di per sè un concetto che mi affascina così come le persone cui è capitato di sperimentarlo. In una dimensione intima, credo che il fallimento lo conoscano tutti, almeno quelli che hanno piacere ad esser sinceri almeno la mattina davanti allo specchio. In una dimensione sociale, la dinamica di fallimento del singolo è spesso corrotta dal facile rigore della comunità giudicante. Dietro apparenti quanto più manifeste empatie, nel nostro credo il fallito è solo e meno male che è “altro da noi”. Appariamo tendenzialmente solerti nel dimenticare che per cadere bisogna esser saliti e, per un misto di invidia e autoassoluzione per non averci neanche provato, avvertiamo un insano e inconfessabile brivido di piacere dinanzi al collasso altrui. Che sia un approccio sbagliato, lo dice la natura che fallendo evolve e la storia che mostra mirabilie raggiunte da disfatte. Ma cosa può istillare nel dna di un popolo un cambio di prospettiva così radicale sulla valutazione del fallimento mi appare problema complesso. Certo, la crisi, il precariato, la spersonalizzazione del lavoro dipendente acuiscono l’ingegno ed è verosimile che le nuove leve si assumano maggiori rischi. Ma virtù fatta da necessità, è virtù parziale e rischia di avere la stessa durata del bisogno, speriamo breve. Mi vien da dire che scuola e comunicazione di massa dovrebbero iniettare il seme del coraggio e l’orgoglio dell’iniziativa. Premiare anche mediaticamente il possesso di idee sul possesso delle cose e la tenacia della volontà sulla facilità del superenalotto. Snellire l’accesso amministrativo all’imprenditorialità e far parlare gli imprenditori nelle scuole. Sia quelli che ce l’han fatta, sia quelli cui è andata peggio. Detto questo, grazie dello spunto che ha smosso i miei due neuroni quando pensavo me ne fosse rimasto uno solo! :-)

  5. Francesco 22 febbraio 2010 at 17:04 #

    Il fallimento è di per sè un concetto che mi affascina così come le persone cui è capitato di sperimentarlo. In una dimensione intima, credo che il fallimento lo conoscano tutti, almeno quelli che hanno piacere ad esser sinceri almeno la mattina davanti allo specchio. In una dimensione sociale, la dinamica di fallimento del singolo è spesso corrotta dal facile rigore della comunità giudicante. Dietro apparenti quanto più manifeste empatie, nel nostro credo il fallito è solo e meno male che è “altro da noi”. Appariamo tendenzialmente solerti nel dimenticare che per cadere bisogna esser saliti e, per un misto di invidia e autoassoluzione per non averci neanche provato, avvertiamo un insano e inconfessabile brivido di piacere dinanzi al collasso altrui. Che sia un approccio sbagliato, lo dice la natura che fallendo evolve e la storia che mostra mirabilie raggiunte da disfatte. Ma cosa può istillare nel dna di un popolo un cambio di prospettiva così radicale sulla valutazione del fallimento mi appare problema complesso. Certo, la crisi, il precariato, la spersonalizzazione del lavoro dipendente acuiscono l’ingegno ed è verosimile che le nuove leve si assumano maggiori rischi. Ma virtù fatta da necessità, è virtù parziale e rischia di avere la stessa durata del bisogno, speriamo breve. Mi vien da dire che scuola e comunicazione di massa dovrebbero iniettare il seme del coraggio e l’orgoglio dell’iniziativa. Premiare anche mediaticamente il possesso di idee sul possesso delle cose e la tenacia della volontà sulla facilità del superenalotto. Snellire l’accesso amministrativo all’imprenditorialità e far parlare gli imprenditori nelle scuole. Sia quelli che ce l’han fatta, sia quelli cui è andata peggio. Detto questo, grazie dello spunto che ha smosso i miei due neuroni quando pensavo me ne fosse rimasto uno solo! :-)

  6. Francesco 22 febbraio 2010 at 17:04 #

    Il fallimento è di per sè un concetto che mi affascina così come le persone cui è capitato di sperimentarlo. In una dimensione intima, credo che il fallimento lo conoscano tutti, almeno quelli che hanno piacere ad esser sinceri almeno la mattina davanti allo specchio. In una dimensione sociale, la dinamica di fallimento del singolo è spesso corrotta dal facile rigore della comunità giudicante. Dietro apparenti quanto più manifeste empatie, nel nostro credo il fallito è solo e meno male che è “altro da noi”. Appariamo tendenzialmente solerti nel dimenticare che per cadere bisogna esser saliti e, per un misto di invidia e autoassoluzione per non averci neanche provato, avvertiamo un insano e inconfessabile brivido di piacere dinanzi al collasso altrui. Che sia un approccio sbagliato, lo dice la natura che fallendo evolve e la storia che mostra mirabilie raggiunte da disfatte. Ma cosa può istillare nel dna di un popolo un cambio di prospettiva così radicale sulla valutazione del fallimento mi appare problema complesso. Certo, la crisi, il precariato, la spersonalizzazione del lavoro dipendente acuiscono l’ingegno ed è verosimile che le nuove leve si assumano maggiori rischi. Ma virtù fatta da necessità, è virtù parziale e rischia di avere la stessa durata del bisogno, speriamo breve. Mi vien da dire che scuola e comunicazione di massa dovrebbero iniettare il seme del coraggio e l’orgoglio dell’iniziativa. Premiare anche mediaticamente il possesso di idee sul possesso delle cose e la tenacia della volontà sulla facilità del superenalotto. Snellire l’accesso amministrativo all’imprenditorialità e far parlare gli imprenditori nelle scuole. Sia quelli che ce l’han fatta, sia quelli cui è andata peggio. Detto questo, grazie dello spunto che ha smosso i miei due neuroni quando pensavo me ne fosse rimasto uno solo! :-)

  7. Danilo 22 febbraio 2010 at 20:03 #

    Eh già, in Italia ci insegnano sin da piccoli che il fallimento non dovrebbe appartenere alla nostra vita, perchè porta delusioni, sconfitte, insoddisfazioni…..ma per chi???? Forse per chi ha delle aspettative o forse per chi in noi riversa personali insoddisfazioni o desideri? Diverso sarebbe invece se la materia “fallimento” venisse “insegnata”, piuttosto che doverla imparare da soli e solamente se si è fortunati. In Italia oggi bisogna essere fortunati anche nell’insegnamento, oltre che nei giochi a premi (a meno che non si riesca ad entrare in politica, dove il fallimento è RIGENERANTE). Non scorderò mai le parole di un insegnante di golf che durante una delle prime lezioni mi disse “prima di iniziare a giocare bene, io ti devo insegnare a sbagliare” (non ci credevo, volevo andar via!!). Aveva ragione, nel golf la Natura è sempre pronta a dimostrare che LEI è piu’ forte di te, il fallimento, l’errore, la sconfitta, sono tutti SUOI validi e fedeli aiutanti, e al giocatore rimane la meraviglia del cercare di correggere i propri sbagli. Come se non bastasse, la professione che esercito ha avuto questo preambolo: “questo è un lavoro fatto in maggior parte dalle sconfitte, se riuscirai a superarle sarà un successo”. Dopo circa 18 anni persevero in entrambi i campi e mi sento di dire che il termine fallimento non l’ho più visto come termine negativo, ma educativo e stimolante. Essendo però anche io un rappresentante dei decenni precedenti, mi chiedo se questa cultura al fallimento prima o poi verrà insegnata alle generazioni di ragazzi che di certo non troveranno una strada facile, ma precaria e impervia, sia nel lavoro che nella vita sociale….Facebook a parte!!! I miei due neuroni si associano ai due soprastanti di Francesco, col quale condivido anche dei gioiosi fallimenti da tifoso di calcio….

  8. Danilo 22 febbraio 2010 at 20:03 #

    Eh già, in Italia ci insegnano sin da piccoli che il fallimento non dovrebbe appartenere alla nostra vita, perchè porta delusioni, sconfitte, insoddisfazioni…..ma per chi???? Forse per chi ha delle aspettative o forse per chi in noi riversa personali insoddisfazioni o desideri? Diverso sarebbe invece se la materia “fallimento” venisse “insegnata”, piuttosto che doverla imparare da soli e solamente se si è fortunati. In Italia oggi bisogna essere fortunati anche nell’insegnamento, oltre che nei giochi a premi (a meno che non si riesca ad entrare in politica, dove il fallimento è RIGENERANTE). Non scorderò mai le parole di un insegnante di golf che durante una delle prime lezioni mi disse “prima di iniziare a giocare bene, io ti devo insegnare a sbagliare” (non ci credevo, volevo andar via!!). Aveva ragione, nel golf la Natura è sempre pronta a dimostrare che LEI è piu’ forte di te, il fallimento, l’errore, la sconfitta, sono tutti SUOI validi e fedeli aiutanti, e al giocatore rimane la meraviglia del cercare di correggere i propri sbagli. Come se non bastasse, la professione che esercito ha avuto questo preambolo: “questo è un lavoro fatto in maggior parte dalle sconfitte, se riuscirai a superarle sarà un successo”. Dopo circa 18 anni persevero in entrambi i campi e mi sento di dire che il termine fallimento non l’ho più visto come termine negativo, ma educativo e stimolante. Essendo però anche io un rappresentante dei decenni precedenti, mi chiedo se questa cultura al fallimento prima o poi verrà insegnata alle generazioni di ragazzi che di certo non troveranno una strada facile, ma precaria e impervia, sia nel lavoro che nella vita sociale….Facebook a parte!!! I miei due neuroni si associano ai due soprastanti di Francesco, col quale condivido anche dei gioiosi fallimenti da tifoso di calcio….

  9. Danilo 22 febbraio 2010 at 20:03 #

    Eh già, in Italia ci insegnano sin da piccoli che il fallimento non dovrebbe appartenere alla nostra vita, perchè porta delusioni, sconfitte, insoddisfazioni…..ma per chi???? Forse per chi ha delle aspettative o forse per chi in noi riversa personali insoddisfazioni o desideri? Diverso sarebbe invece se la materia “fallimento” venisse “insegnata”, piuttosto che doverla imparare da soli e solamente se si è fortunati. In Italia oggi bisogna essere fortunati anche nell’insegnamento, oltre che nei giochi a premi (a meno che non si riesca ad entrare in politica, dove il fallimento è RIGENERANTE). Non scorderò mai le parole di un insegnante di golf che durante una delle prime lezioni mi disse “prima di iniziare a giocare bene, io ti devo insegnare a sbagliare” (non ci credevo, volevo andar via!!). Aveva ragione, nel golf la Natura è sempre pronta a dimostrare che LEI è piu’ forte di te, il fallimento, l’errore, la sconfitta, sono tutti SUOI validi e fedeli aiutanti, e al giocatore rimane la meraviglia del cercare di correggere i propri sbagli. Come se non bastasse, la professione che esercito ha avuto questo preambolo: “questo è un lavoro fatto in maggior parte dalle sconfitte, se riuscirai a superarle sarà un successo”. Dopo circa 18 anni persevero in entrambi i campi e mi sento di dire che il termine fallimento non l’ho più visto come termine negativo, ma educativo e stimolante. Essendo però anche io un rappresentante dei decenni precedenti, mi chiedo se questa cultura al fallimento prima o poi verrà insegnata alle generazioni di ragazzi che di certo non troveranno una strada facile, ma precaria e impervia, sia nel lavoro che nella vita sociale….Facebook a parte!!! I miei due neuroni si associano ai due soprastanti di Francesco, col quale condivido anche dei gioiosi fallimenti da tifoso di calcio….

  10. danilo 23 febbraio 2010 at 09:58 #

    Ripensamenti notturni sempre in merito all’argomento. Franco Battiato cantava in una delle sue più belle canzoni d’amore…..ti proteggerò…dai fallimenti che per tua natura,normalmente attirerai….
    Credo sia chiaro il messaggio….

  11. danilo 23 febbraio 2010 at 09:58 #

    Ripensamenti notturni sempre in merito all’argomento. Franco Battiato cantava in una delle sue più belle canzoni d’amore…..ti proteggerò…dai fallimenti che per tua natura,normalmente attirerai….
    Credo sia chiaro il messaggio….

  12. danilo 23 febbraio 2010 at 09:58 #

    Ripensamenti notturni sempre in merito all’argomento. Franco Battiato cantava in una delle sue più belle canzoni d’amore…..ti proteggerò…dai fallimenti che per tua natura,normalmente attirerai….
    Credo sia chiaro il messaggio….

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